Dietro le orecchie ha un callo, l'ho sentito stanotte.
Che arance pallide, oggi temo sarà difficile.
Svegliarsi. Penso si possa far meglio.
Lei dorme ancora ed è strano,
non dovrebbe respirare. Eppure, lei lo fa.
Dietro le orecchie ha un callo, l'ho sentito stanotte.
Che arance pallide, oggi temo sarà difficile.
Svegliarsi. Penso si possa far meglio.
Lei dorme ancora ed è strano,
non dovrebbe respirare. Eppure, lei lo fa.
Sull'occhio sinistro un lieve rossore.
Circolavano dita timide sullo specchio, pieghe, alcune, inaspettate
ne titillavano il procedere, un breve sporgere del labbro superiore
che così è sempre, inutile resistere.
Gli abiti ordinati solo appena
uno spessore incerto non pronunciava
la priorità dei desideri.
E come d'incanto
il sale schiarì il caffè di giallo,
un giorno bigio così, iniziato così
ben altre promesse aveva sussurrato il tiepido vespero.
Guardare la propria casa;
riconoscerla;
pensare i minuti rimasti
tra il nevrotico addobbo e la porta.
Sì, mi sono ricordata persino dell'acqua alle rose.
Non è una cattiva idea, tenerle in camera.
Al primo petalo che macchierà il pavimento
non la penserò più così.
In trincea come facevano;
era stretto;
la lunga traccia di un lombrico
e il treno stamani dietro di sè
lascerà la medesima guerra.
Era stato molto tempo prima. Galleggiavano rose nei suoi diari.
E gli eroi nutrivano severi, chiari contrasti.
Sarà bello, ancora di più, sarà bellissimo, aveva pensato sognandosi nuda, nuda e madre.
Sotto il letto, nascondeva lucide sfere di vetro: le agitava nel buio, nel buio la neve si vede.
Ho preso le chiavi, chiuso le finestre, bene.
Come ogni mattino.
Un uomo alto, grigio, con una borsetta di pelle, ha il muso di un brutto cane mansueto.
Fa freddo, anzi no, è solo presto, è solo ottobre.
Dove va. Lo sguardo basso.
Come ogni mattino davanti alla fabbrica abbandonata, prima della stazione.
Lo sguardo basso passa oltre.
Forse perchè sono brutta.
In treno. Sedeva nel verso contrario al viaggio: perchè. Poi cercava un volto dei soliti, lo trovava e si chiedeva: perchè. Era contentissima.
Neanche un capello davanti agli occhi, mai. E le mani come sono le mie mani?
Il suo zaino color caffè, le scarpe nere e silenziose, gli occhiali appena sufficienti; a rubare frutti dai rami vicini, troppo vicini alle rotaie.
Dove l'ho messo, l'ho perso, no ancora poco, manca un attimo quando ricorda.
Di avere preso l'autobus senza biglietto tante volte, nessuno è solo, non c'è luce, dove l'ho messo.
Ricorderai questo momento. Temendo. Tremando. Di cadere. Saltò giù dinanzi alla scuola.
Saltai giù dinanzi alla scuola e mi esplodeva il petto.
Guarda fuori, non smettere ti ho detto.
Fa' finta di niente, non fare movimenti bruschi. Nè cenni.
Va tutto bene. Tu continua soltanto a contare gli alberi.
Bello l'autunno. A me ricorda un triciclo e Liverpool.
Sai cosa c'è di curioso? Che non sono mai stato in triciclo a Liverpool.
Ma sono stato a Liverpool. E sì, ho avuto un triciclo.
Tu mi vedi così ora, ti ho detto di non smettere di guardare fuori.
Conta le foglie, se non sai apprezzare questo spettacolo.
Dicevo. Tu ora mi vedi così, ma io un tempo ero magro
e cantavo tutto il tempo i testi di George Harrison.
Non sei d'accordo? Non era lui il più grande?
Quella mano che batte sul ginocchio non mi piace. Brava.
Il triciclo invece lo aveva mia zia in campagna, era di mio cugino.
Io non avevo un triciclo mio. Hai visto? Secondo me era un cervo.
Ma che importa, usavo quello di mio cugino.
Ero fortissimo in discesa, non tiravo mai il freno.
Senti, ti ho detto di fermare quelle dita. Ma ce l'hanno il freno
i tricicli?
Questa è la penultima stazione. Anche stamani cinque minuti
in ritardo. Ma non farebbero prima a spostare in avanti l'orario?
No, lo sai anche tu. Hai un bel taglio degli occhi.
Specialmente se provi a guardarmi così, di sbieco. Continua.
Mi piace. Lo sai anche tu che sarebbe inutile.
Arriverebbe comunque in ritardo. Di cinque minuti. Continua.
Vedi io non cambio spesso scarpe, forse perchè
viaggio spesso in treno. Anche tu non le cambi, quasi mai.
Sarà per questo davvero. Stiamo tanto tempo seduti.
Difficile cadere da seduti, non credi. Sei più calma ora, brava.
Guarda, è autunno; quelle foglie vengon giù, è inevitabile.
Loro non sono sedute, non viaggiano in treno come me e te.
Vorresti provarle, le mie scarpe? No, scherzo. Non ridi,
non ti piaccio vero? Sarà l'alito? Da lì puoi sentirlo?
Lavo i denti specchiandomi. Lavo i denti con gli occhi chiusi.
Ma li lavo te lo giuro. Sono un uomo a modo. Forse
non sono il tuo tipo, ma in fondo che ti costa.
Smetti di battere le dita. O te le spezzo.
Siamo arrivati. Ecco. Ti alzi e te ne vai.
Bel viaggio anche oggi. Sei stata perfetta.
Io lo faccio per te. Devi guardare fuori.
Specialmente in ottobre quando l'autunno promette.
E' un nodo in gola. Ma piacevole.
Primo freddo gentile. Non smettere.
Spingi le gambe una davanti all'altra
come ogni giorno.
Lascia che solo si sfiorino, lascia che in quel lieve
incontro si fermi il mondo,
ma spingile oltre poi e non indugiare,
se l'asfalto è scuro.
La sua cicatrice. Lungo la coscia destra.
In alcuni punti la pelle era così sottile
da mostrare nervi e vasi sangugni
al tatto. Sola, attraverso il tessuto,
cercava quei punti
prima che il lavoro le divorasse il resto.
Quante parole perdeva
quante parole le eran rivolte e si sbriciolavano
sul suo maglione: le scoteva
continuamente via, ne assaggiava l'ultima
e ricordava qualcuno o qualcosa.
Poi si passava un dito sulle labbra
rosse, gonfie, intrepide labbra
di un volume segreto;
in metallo chiaro la lingua
le sigillava la gola;
rilegata in oro, la sua carta pregiata
era l'incanto di chi non l'aveva
mai scorta,
pelle sì lunare
acqua virginea passata sugli occhi
e un iride scuro che inghiottiva la strada.
E la strada tremava
a ogni suo passo.
Sorridente come l'oceano il Commissario Palazzo era tra i suoi profumi.
Sapeva farle crescere, piano come crescono solo le piante, sapeva farle crescere, crescere e morire.
Presenza discreta tra le sottovesti d'argilla, elogiava acconciature e trucchi azzardati, poi tornava alle sue luci gialle; quelle lampadine grezze e ossute gli scaldavano le guance.
I mobili del suo breve appartamento erano bianchi e silenziosi: gustavano le pennellate d'oro falso della sera, senza tradire il piacere.
Camminare, camminare sarebbe un idea, si ascoltava senza troppa attenzione posizionando al meglio un ampio cuscino quadrato.
Mio padre sedeva nella sua poltrona, vi affondava; rimaneva una sagoma bruna, dai contorni coriacei.
Quella sagoma lentamente riempiva la stanza ma io allora di già dormivo. Lo so, però.
Aprì una birra e provò a cantare: mi sentivo stupido a continuare, anche se sentivo di essere alla fine.
Come l'oceano il Commissario lasciò scorrere un fiume di paglia nella sua gola. Dopo poco agitava gli occhi e le palpebre scesero a proteggerli.
La casa applaudì teneramente, almeno un po'.
Cerco le dita fredde della sera.
Salta la lepre e un gatto
le taglia la gola;
il suo cervello si spegne
lentamente. Proseguo.
E le stelle sono lucciole.
Costellazioni di fuochi e borsette lucide.
Proseguo. Una casa, sporca.
Ci vive un orso con un caschetto rosa.
Mi fa sedere su una sedia di legno.
E mi serve una colazione antica.
Poi mi sfiora dietro un orecchio.
E vi pianta un chiodo.
Erano passate diverse ore. Il Commissario sentiva gli abiti grigi riacquistare colore, calore.
Come ridono là fuori le mie piccole, e si trascinò sul letto dove non riprese più sonno.
Il caffè nero sussurrava nell'aria forme pompose: si era cambiato l'abito e cercava di non farsi trovare impreparato dal giorno. Cosa mi chiederai, oggi, e poi il primo sorso gli bagno il naso come la prima pioggia sorprende.
Il traffico lo odio, e sceglieva di lasciare la Subaru al bordo della strada. La vide un gabbiano e sognò di essere un principessa.
Vivo in un complesso quadrato. Gli ingressi degli appartamenti danno tutti su una corte, due viali si tagliano perpendicolari creando altri quattro quadrati. Nei quadrati delle piante mai alte e le prese d'aria del supermecato sottostante. Se fossero chiuse tutte mi chiedo cosa accadrebbe alle famiglie dietro i carrelli, alle coppie mano nella mano davanti agli scaffali, all'uomo barbuto che sceglie una tovaglia viola, alla donna alta e magra che strappa agli scaffali una bottiglia di Four Roses.
Mi ubriacai una volta anche io con quel Barboun. A casa di Vito il rosso, ero il più piccolo: il mio primo irish coffee, Vito non era solo rosso e lentiginoso, preparava un leggendario drink e parlava pochissimo. Gli volevano tutti bene. Sembrava molto solo anche quando eravamo in tanti a ciarlare, Vito il rosso poi ho saputo che si è trasferito in una grande città.
Ci sono tre appartamenti su tre lati del complesso; sul quarto gli uffici dell'Azienda sanitaria.
Presto qui verrà la zona nuova della città, in passato c'erano delle fabbriche gigantesche: mentre qui intorno procedono i lavori, gli ultimi stabilimenti guardano le gru e la strada scegliendo di quale paura tremare temendo di cadere.
Il supermercato qui sotto è di quelli economici: tanta la gente che va e che viene ma non sembra mai pieno: si muovono lenti e poco convinti tra gli scatoli esposti, mantenendo la saggia distanza che occorre per non doversi guardare.
Gli appartamenti hanno quasi tutti un balcone che dà sull'esterno: la corte invece è scomposta nelle finestre large più che alte ai lati delle porte d'ingresso. A volte, tornando la sera, le case si mostrano nude e maliziose, passandogli dinanzi. Io abito in un appartamento angolare, il più lontano dalle scale del condominio.
Oggi la ragazza qui accanto ha dimenticato una finestra aperta, ma le tende erano giù e lei era andata via.
Ho scelto comunque di farci un salto.
Caro diario
oggi ti lascerò sul tavolo della cucina, oggi che ho iniziato a scriverti, la prima pagina per l'ennesima volta, ho deciso di non nasconderti.
Mi piace questa tovaglia: non assorbe i liquidi e dio solo sa, e tu e tu lo sai, quanto mi fa schifo l'idea di essere fatta di acqua.
Poi riflette la luce e, credimi, in questa stanza la sera ce n'è bisogno, altrimenti il getto del lume sarebbe impietoso: nessuno a recitare sotto l'occhio di bue, dio, l'hanno proprio chiamato così, che tristezza.
Ti scrivo di mattina, tu non lo sai, no, non lo sai, che tutti i tuoi fratelli maggiori li ho iniziati di giorno. Non ti racconterò "cosa ho fatto oggi", nè cosa mi aspetto da domani. Ora suonerebbe bene io scrivessi: ti scriverò cosa mi aspetto da oggi. Ma, rido, non è assolutamente mia intenzione farlo.
Perchè, allora, ti scrivo, mi scrivo, ti chiederai, mi chiederai. Sono io a fare le domande, direbbe un commissario qualsiasi. Non sono io.
A volte penso che sarebbe bello essere scambiata per una che scrive diari bellissimi; diari che solo ad averli tra le mani potessero schiudermi l'anima, un universo, caro diario, puoi immaginarla la mia anima, un universo tra le mani?
Io distesa per anni e anni di stelle e qualcuno, tanti, a nuotarmi dentro: dopo morta? Forse. I diari vengono fuori di solito in quelle occasioni. Oppure un furto, un ladro spione: rimarrà priogioniero nella mia pancia se saremo bravi! Se sarò brava a scriverti.
Non ti illudere, però. Non sei e non sarai mai il mio specchio. Mentirò e mente ogni parola che ti scrivo. Non sarebbe onesto. Farti gustare un dolcetto così, speziato di garofano. Non sarebbe giusto farti mordere una simile pasta di mandorla. Non ti conosco abbastanza. Io, questo, lo so.
Vorrei avessi degli occhi, un paio, che pensi, non mi faccio idee strane. Due occhi normali, ti dirò di più. due occhi insignificanti. E' la gente che non vedo quella che mi interessa di più. E la gente che non vedo la chiamo insignificante, si fa così, anche questo so bene.
Sei un bravo diario, tu. Ma non ti dirò, prima di andar via, se sei stato più bravo dei tuoi fratelli più grandi: se sei stato il più bravo. Non te lo chiedere, è meglio. Nessuna acerba tristezza, potresti scoprire che sono bravissima ad ordire le mie sorprese.
Ora penso che andrò a lavorare. Non è male questa tovaglia, ti ritroverò qui e mi dirai "grazie". Lascio la finestra aperta, qualora. Che ne so. Non si sa mai.
Ti bacio sulla bocca.
Mia